Febbraio 20, 2026 - 0 Commenti
Zolfo e vino: una storia millenaria
Pensate che lo zolfo sia un’invenzione della petrolchimica o dell’industria del vino? In realtà, la sua storia è molto più antica. Dalle anfore romane alle cantine biologiche contemporanee, questa sostanza accompagna la vinificazione da oltre duemila anni: da semplice fumigazione protettiva a additivo oggi rigorosamente disciplinato dalla normativa.
Dalle anfore romane alle cantine moderne
L’impiego dello zolfo nel vino risale infatti ai Greci e ai Romani, che bruciavano stoppini solforati nelle anfore e nelle botti per disinfettarle e impedire che il vino si alterasse. Plinio il Vecchio descrive già queste fumigazioni, pensate per evitare difetti come l'alterazione acetica. All’epoca non esisteva alcun dosaggio preciso: si lavorava per esperienza, sperando che il vino attraversasse i mesi senza rovinarsi.

Questa pratica attraversa il Medioevo in forma non codificata, fino a quando, nel 1487, un decreto reale del Sacro Romano Impero autorizza esplicitamente la combustione di trucioli solforati nelle botti. È la prima traccia normativa chiara dell’uso dello zolfo come strumento di conservazione del vino.
Molto più tardi, i pionieri della vinificazione naturale riscopriranno un’evidenza dimenticata: il modo migliore per mantenere sano un contenitore di legno non è bruciarvi dentro lo zolfo, ma non lasciarlo mai vuoto. Una botte vuota è l’ambiente ideale per i Brettanomyces, per i batteri acetici e le muffe, ma anche per difetti persistenti come fenoli volatili, sentori di tappo o quell’odore di legno secco che non scompare mai del tutto. Quando la botte è piena e costantemente monitorata, il legno non ha bisogno di altre difese.
La progressiva standardizzazione
A partire dal XVII secolo, l’uso dell’anidride solforosa (SO₂) e dei suoi sali si afferma come pratica riconosciuta per le sue proprietà antiossidanti e antimicrobiche. Lo zolfo entra così stabilmente nelle cantine europee, anche se i vignaioli continuano a impiegarlo “a occhio”, senza strumenti per misurarlo con precisione.
La vera svolta scientifica arriva alla fine del XIX secolo. Nel 1892 il metodo Ripper consente per la prima volta di misurare con maggiore accuratezza la quantità di SO₂ libera e totale nel vino. Grazie a questa innovazione diventa possibile un impiego più consapevole dei solfiti: si possono controllare le aggiunte, calibrare le dosi e comprendere meglio i meccanismi con cui la sostanza protegge il vino.

Dalla vigna alla cantina: due usi distinti
In vigna, lo zolfo si afferma dalla metà dell’Ottocento come trattamento di riferimento contro l’oidio, una malattia comparsa in Europa tra il 1845 e il 1870. Ancora oggi, lo zolfo in polvere o in sospensione è uno dei pochi fungicidi ammessi in agricoltura biologica. Per la peronospora, invece, la soluzione storicamente adottata è il rame, soprattutto nella forma della poltiglia bordolese; il suo impiego, tuttavia, è stato di recente limitato dall’ANSES , insieme al numero di prodotti autorizzati.
In cantina, l’anidride solforosa (SO₂) riunisce due proprietà difficili da sostituire: protegge il vino dall’ossidazione e inibisce l'attività microbica. Nessun altro coadiuvante enologico offre entrambe le funzioni con pari efficacia, motivo per cui il suo impiego nella vinificazione rimane tuttora profondamente radicato.
La regolamentazione moderna e la nascita del vino naturale
Nel XX secolo, la creazione dell’Office International du Vin nel 1924, diventato Organisation Internationale de la Vigne et du Vin (OIV) nel 2001, introduce un quadro scientifico e linee guida internazionali sulle pratiche enologiche, tra cui l’uso dello zolfo. Con il tempo, i limiti legali vengono definiti con maggiore precisione, variando a seconda degli stili di vino e dei disciplinari di produzione.
Tra gli anni Ottanta e Novanta si sviluppa però un nuovo approccio: alcuni vignaioli iniziano a mettere in discussione la dipendenza della filiera dal SO₂. Sperimentano fermentazioni spontanee, affinano la gestione di lieviti, batteri e temperature, e dimostrano che si può produrre vino senza ricorrere a quella “stampella tecnologica” rappresentata dai solfiti.
I solfiti, infatti, hanno un effetto ben noto: tendono a “bloccare” il vino. Lo stabilizzano, ne facilitano la conservazione e lo rendono più adatto al trasporto e alla grande distribuzione, dove le bottiglie possono essere esposte a condizioni non ideali per la conservazione. Questa protezione, tuttavia, ha un effetto collaterale: attenua l’espressività del vino. Al contrario, i vini senza solfiti aggiunti rivelano un’identità più autentica, spontanea, vivace.
Nel 2012 l’Unione Europea introduce ufficialmente la categoria di “vino biologico”, stabilendo limiti di SO₂ più bassi rispetto al convenzionale. Nel 2019 nasce in Francia la carta “Vin Méthode Nature”, che definisce criteri rigorosi: vigna certificata biologica, fermentazioni con lieviti indigeni, nessun additivo enologico e un utilizzo di SO₂ nullo o minimo al momento dell’imbottigliamento. Pur non rappresentando uno status giuridico riconosciuto a livello europeo, questa carta offre un importante quadro di trasparenza e si inserisce in un movimento internazionale più ampio, in cui diversi paesi sviluppano propri protocolli e certificazioni, che si possono leggere in questo articolo dedicato "Perché non esiste una certificazione per il vino naturale?".
Dal 2023, le nuove norme europee sull’etichettatura nutrizionale impongono, inoltre, di dichiarare ingredienti ed additivi in etichetta, anche tramite QR code. L’eventuale aggiunta di SO₂ deve quindi essere tracciata e resa visibile al consumatore, rafforzando ulteriormente la trasparenza del settore.
Un dibattito ancora aperto
Lo zolfo continua a essere al centro di un confronto, tanto tecnico quanto filosofico, all’interno del mondo del vino naturale.
Al di là delle discussioni infinite, e talvolta sterili, lavorare senza solfiti rappresenta innanzitutto un percorso, un obiettivo. Pierre Overnoy afferma che i solfiti “(…) sono un medicinale. E un medicinale serve a chi è malato. Se l’uva è sana, perché curarla?”. Per lui, “il vino senza solfiti non è un punto di partenza, ma un traguardo”. E' un risultato possibile solo se la vigna è coltivata senza chimica, le piante sono robuste, l'uva è sana e ben selezionata e la cantina presenta ottime condizioni di igiene. Una verità che conviene non dimenticare.
Nella pratica, i vignaioli naturali si muovono con sincerità e pragmatismo. Alcuni ricorrono ai solfiti in modo sistematico, in dosi minime all’imbottigliamento, per sicurezza o in annate complicate, mentre altri riescono a farne completamente a meno. Spesso, la verità sta nel mezzo, come osserva Michèle Aubéry di Domaine Gramenon, che non esclude l’uso dei solfiti. Per lei, “è un lusso poterne fare a meno”.
La storia dei solfiti nel vino mette soprattutto in luce una costante: da sempre i vignaioli cercano di proteggere il loro vino dal tempo e dalle deviazioni. I metodi cambiano, i dosaggi si affinano, le norme diventano più precise. Ma la domanda resta la stessa: fino a che punto intervenire per preservare il vino senza tradirne l’espressione naturale?
Per alcuni, come Pierre Overnoy o Nadia Verrua, i cambiamenti climatici renderanno presto impossibile produrre vini completamente senza solfiti. Altri, come Didier Grappe, Valentin Morel o Léa de Cazo, vedono nei PIWI e negli ibridi una via promettente per ridurre sia i trattamenti, sia i solfiti. Solo il tempo potrà dirlo.
