Novembre 13, 2025 - 3 Commenti
Perché non esiste una certificazione per il vino naturale?
In tutto il mondo stanno nascendo associazioni ed etichette con l’obiettivo di dare forma e struttura al movimento del vino naturale. Ma come si può racchiudere in un’unica certificazione o definizione qualcosa che, per sua natura, è locale, ribelle, vitale e in costante trasformazione? Facciamo il punto.

Il vino naturale contemporaneo si inserisce al tempo stesso in una storia (da Chauvet ai pionieri del Beaujolais, fino all’antica tradizione georgiana) e in una filosofia del vivente, fondata su lieviti indigeni, interventi minimi e un’agricoltura rispettosa dell’ambiente. È un movimento per sua natura plurale: ogni terroir, ogni clima e ogni vignaiolo compie scelte radicate nel proprio contesto.
In molti Paesi, associazioni e sigle come AVN, SAINS, Vin Méthode Nature, VinNatur, Vini Veri, PVN, NWA e altre cercano di offrire maggiore chiarezza e garanzie ai consumatori. Tuttavia, su scala globale, una definizione univoca resta un’utopia: le pratiche sono e rimarranno locali, empiriche e in continua evoluzione.
Più che uniformare, forse la sfida è comprendere e rendere trasparente, senza normalizzare ciò che nasce dalla diversità e dalla vita stessa.
Dal Beaujolais al resto del mondo
Negli anni Cinquanta, in un’epoca segnata dall’ascesa dell’agricoltura industriale e dall’uso massiccio di prodotti chimici, alcuni vignerons francesi, in particolare in Beaujolais, Loira e Jura, scelsero una via controcorrente: continuare a fare vino “come una volta”, senza additivi né interventi chimici.
Il movimento moderno del vino naturale nasce da una ricerca estetica e di purezza: quella di Jules Chauvet. Esperto di chimica e microbiologia, degustatore d’eccezione e vignaiolo del Beaujolais, fu tra i primi a studiare il ruolo dei lieviti, a comprendere a fondo i meccanismi della fermentazione, a documentare il ruolo chiave della temperatura in cantina e a sviluppare un approccio analitico e scientifico alla degustazione. I suoi lavori e la sua esperienza lo portarono a ritenere che il vino sia semplicemente migliore senza chimiche né solfiti aggiunti. Più vivo. Più vero. Ha quindi posto le basi per padroneggiare le fermentazioni spontanee e produrre vini naturali di qualità.
Il punto di svolta arrivò con Jules Chauvet, figura cardine del vino naturale moderno. Chimico, microbiologo, vignaiolo e degustatore, Chauvet comprese il ruolo essenziale dei lieviti indigeni, della fermentazione spontanea e della temperatura in cantina. La sua ricerca coniugava rigore scientifico e sensibilità sensoriale, portandolo alla convinzione che il vino è semplicemente migliore senza chimica né solfiti aggiunti. Più autentico e più vitale.
Pierre Overnoy, Marcel Lapierre, Jean Foillard, Yvon Métras e altri discepoli di Chauvet ne seguirono presto l’esempio. Inizialmente, non animati da un'ideologia, bensì da un senso del gusto e del buonsenso contadino: un vino vero nasce da vigne sane e suoli vivi, non resi sterili dai pesticidi. Più tardi, soprattutto con le nuove generazioni, questa visione si è arricchita di valenze etiche, sociali e politiche, diventando un movimento culturale.
È importante ricordare che non hanno “inventato” il vino naturale: piuttosto, hanno riscoperto e perfezionato pratiche ancestrali, un tempo universali, poi soppiantate dall’enologia industriale. Prima dell’uso massiccio della chimica e degli additivi, tutto il vino era naturale: una pratica comune, non un’eccezione. Si faceva vino semplicemente con l’uva, lasciando che le fermentazioni spontanee avvenissero grazie ai lieviti indigeni. Talvolta si aggiungeva un po’ di zucchero come aiuto, ma nulla di più. I vini di allora non erano sempre perfetti, ma erano vivi, autentici, vibranti.
Il contributo scientifico di Jules Chauvet, unito all’esperienza dei pionieri del naturale e di chi ne ha seguito le orme, ha permesso di comprendere e controllare meglio queste tecniche: ridurre i difetti senza ricorrere alla chimica, per portare il vino alla sua espressione più pura.
Oggi, la vera sfida è riconciliare il sapere contadino con la conoscenza scientifica moderna, per creare vini insieme vivi, stabili e di qualità.
Oggi il movimento del vino naturale si distingue per la sua diversità e vitalità ed è, paradossalmente, al tempo stesso controcorrente e conservatore. Non esiste un modello unico: ogni vignaiolo interpreta la propria idea di naturale secondo il territorio, l’annata e la propria sensibilità, contrapponendo il savoir-faire antico all’industrializzazione, e sfruttando le conoscenze moderne nell'ambito della microbiologia dei suoli e delle piante.
Nonostante la crescente attenzione del pubblico, il sistema istituzionale francese (e non solo) resta reticente: il marchio Vin Méthode Nature non è riconosciuto dall’INAO (l’ente pubblico francese che si occupa di regolare, certificare e tutelare i prodotti agricoli di qualità e di origine controllata), che invece riconosce certificazioni convenzionali come il Label Rouge. Una contraddizione che riflette la distanza ancora esistente tra il sapere artigiano e l'intero sistema della burocrazia e delle denominazioni.

Per questo motivo, in tutto il mondo, numerose associazioni, reti e marchi si impegnano a coordinare e promuovere le pratiche a livello locale, valorizzando al tempo stesso la diversità, la ricchezza e la vitalità del movimento, e dimostrando quanto sia impossibile definire uno standard unico su scala globale.
Passiamo in rassegna le principali iniziative.
🇫🇷 Francia: tra filosofia e normativa
La Francia è la culla del movimento ed è stata la prima a strutturarsi, anche se con risultati altalenanti.
L’Association des Vins Naturels (A.V.N.), cofondata da Marcel Lapierre nel 2000, rappresenta uno dei primi tentativi di riunire i vignaioli naturali francesi sotto una stessa bandiera. L’A.V.N. della prima generazione si fondava su una carta particolarmente rigorosa: agricoltura biologica, vendemmia manuale, utilizzo esclusivo di lieviti indigeni e un impiego minimo di solfiti (massimo 40 mg/L per i bianchi e 30 mg/L per i rossi).
Pur avendo perso parte della sua influenza dopo la morte di Lapierre nel 2010, rimane un punto di riferimento storico. Sono infatti i criteri dell’A.V.N. originaria quelli adottati oggi da Raisin per selezionare i vignaioli naturali.
Negli anni successivi sono nate altre associazioni e anche un marchio:
- S.A.I.N.S. (Sans Aucun Intrant Ni Sulfite), associazione fondata nel 2012 da Catherine Vergé, che spinge ancora oltre la filosofia del “naturale” imponendo l’assenza totale di zolfo aggiunto;
- Vin Méthode Nature, creato nel 2020, è l’unico marchio che mira a unificare le pratiche attraverso un disciplinare preciso e controlli di conformità. Ad oggi è l’unico riconosciuto ufficialmente dalla DGCCRF in Francia.
Tuttavia, in Francia come altrove, il movimento continua a resistere alla normalizzazione. Molti vignaioli naturali rifiutano per principio qualsiasi marchio perché un’etichetta implica compromessi, negoziazioni con i legislatori e la definizione di una norma. Per loro, fare vino naturale significa proprio sottrarsi a ogni ricetta predefinita, comprendere le interazioni con il vivente senza dogmi, accettare la variabilità intrinseca del lavoro con la natura e le sue condizioni geografiche e climatiche. È un atto di fiducia più che di controllo.
L’unica vera regola é: fare tutto il possibile per ottenere il miglior vino senza nuocere al vivente, senza aggiungere né togliere nulla, salvo, quando davvero necessario, soprattutto in relazione a condizioni climatiche difficili, una dose minima di solfiti.
🇮🇹 Italia: VinNatur e Vini Veri, due strade verso un unico obiettivo.
L’Italia è stata tra le prime a dare forma concreta allo spirito del vino naturale, senza mai tradirne l’essenza.
Nel 2006, Angiolino Maule fonda in Veneto VinNatur, la prima associazione internazionale dedicata al vino naturale. Oggi riunisce oltre 300 vignaioli di 12 paesi.
I criteri di adesione prevedono: viticoltura biologica o biodinamica certificata, vendemmia manuale, fermentazioni spontanee; nessun additivo enologico autorizzato, e un contenuto massimo di SO₂ pari a 50 mg/L per i bianchi e 30 mg/L per i rossi. Sono inoltre obbligatorie le analisi di laboratorio per verificare la conformità dei vini, e occorrono tre anni di adesione prima di poter utilizzare il logo VinNatur. Il processo di ammissione prevede una valutazione delle pratiche agricole ed enologiche, seguita da un voto dei soci attuali. Ogni anno l’associazione organizza il VinNatur Tasting, evento di riferimento che riunisce professionisti e appassionati del settore.
L'altra associazione, Vini Veri adotta un approccio più filosofico e relazionale, basato sulla fiducia reciproca tra i produttori piuttosto che su controlli sistematici. L’associazione promuove il dialogo, la condivisione di esperienze e una visione più libera del “naturale”.
Le due realtà coesistono senza contrapporsi, a testimonianza del fatto che non esiste un unico modo di interpretare il vino naturale.
In Italia il vino naturale non è marginale: è una cultura in forte crescita. Dalle Langhe al Friuli, dalla Sicilia all’Emilia-Romagna, centinaia di vignaioli lavorano senza intralci, sostenuti da una tradizione contadina ancora viva. Si contano 739 cantine naturali su circa 30.000 aziende vitivinicole, pari a quasi il 2,50% del totale delle aziende italiane. Il numero di attività dedicate al vino naturale in Italia ha registrato un aumento spettacolare del 3,428% tra il 2016 e il 2024. Per un’analisi completa del mercato nel periodo 2016–202, si rimanda all’articolo di Raisin.

🇪🇸 Spagna: tra micro bodegas e radicalità
Oltre i Pirenei, l’Asociación de Productores de Vinos Naturales (PVN) è stata fondata nel 2008 attorno alla visione di Benoît Valée, enologo francese trasferitosi a Barcellona.
In origine, l’associazione riuniva principalmente produttori catalani e andalusi.
La loro filosofia, dichiaratamente radicale, si riassume in un principio semplice:
«Vino natural es vino hecho con uva natural, sin añadir ni quitar nada a esa uva.»
In pratica:
- Nessun intervento enologico autorizzato.
- Nessun additivo, nemmeno SO₂ (massimo raccomandato: 10 mg/L, naturalmente presente).
- Rifiuto totale di ogni certificazione ufficiale.
- Nessun logo, bollino o marchio commerciale.
Per la PVN, il naturale non si certifica: si incarna. È una filosofia di vita, non un protocollo di marketing. Questa radicalità ha generato tensioni: i membri catalani sono stati espulsi dall’associazione, lasciando una delle regioni più dinamiche d’Europa senza rappresentanza ufficiale.
Parallelamente, nella Comunità Valenciana è nato il collettivo Vi Natural per raggruppare produttori di vini "ecologici" (vendemmia manuale, lieviti indigeni) e senza additivi (meno di 40 mg/L di solfiti) della Comunità Valenciana e promuoverli.
In territori come Priorat, Montsant, Ribeira Sacra, La Mancha o le sierras de Gredos, una nuova generazione di vignaioli lavora ai margini, tra micro-bodegas e saperi ancestrali. I loro vini sono radicali non perché moderni, ma perché arcaici nel senso più nobile del termine.
🇬🇪 Georgia: quelli che non hanno mai smesso
In Georgia, il vino naturale non è mai scomparso. Nelle qvevri, le anfore d’argilla interrate da millenni, l’uva continua a fermentare come accade da oltre 8.000 anni.
I reperti archeologici testimoniano che già nel 4.000 a.C. il succo d’uva veniva posto in queste giare sotterranee per fermentare durante l’inverno. Nessun lievito selezionato, nessun additivo: solo uva, argilla e tempo.
Natural Wine Association of Georgia
Fondata per valorizzare questa tradizione millenaria, l’associazione organizza il festival «Zero Compromise», con il sostegno della National Wine Agency. Non ha dovuto “convertire” i vignaioli al naturale: ha semplicemente dato un linguaggio contemporaneo a una pratica rimasta viva per secoli.
Caratteristiche del vino tradizionale georgiano:
- Fermentazione in qvevri interrate (regolazione naturale della temperatura)
- Fermentazione e macerazione con bucce, vinaccioli e raspi (anche per diversi mesi)
- Nessun intervento enologico
- Vini bianchi macerati come da tradizione
Quando un vignaiolo georgiano dice che fa vino naturale, non rivendica nulla di rivoluzionario. Constata semplicemente: «Faccio come mio nonno. E suo nonno prima di lui».
🌎 America Latina: l’emergere di una nuova scena
Cile: Sur Natural e la rinascita del Sud
In Cile, l’associazione Sur Natural è stata fondata con l’aiuto di CORFO (Corporación de Fomento de la Producción), un’agenzia cilena per lo sviluppo. Riunisce sei realtà pionieristiche delle valli di Itata e Biobío :
- Zaranda (Itata)
- Tinto de Rulo (Biobío)
- Viña de Neira (Itata)
- Viña Doña Luisa (Biobío)
- Gustavo Riffo (Itata)
- Viña San Lorenzo (Biobío)

La loro visione comune:
- Intervento minimo in cantina
- Vigne vecchie in agricoltura priva di irrigazione (secano)
- Valorizzazione delle varietà storiche: País, Cinsault, Moscatel
- Viti a piede franco (sopravvissute alla fillossera)
- Clima fresco del sud del Cile favorevole ai vini naturali
Roberto Henríquez, Pedro Parra, Leonardo Erazo e altri pionieri dimostrano che si possono fare vini naturali eccezionali anche fuori dell’Europa. L’America Latina non imita: inventa il proprio “naturale”.
Brasile: Naturebas Fair e una visione di comunità
In Brasile, la Naturebas Fair è l’appuntamento annuale dedicato al vino senza additivi, capace di riunire produttori, locali e artigiani da tutto il Paese. Nelle regioni della Serra Gaúcha e della Campanha, una nuova generazione di vignaioli si sta affermando con entusiasmo nel panorama del vino naturale. Pur mancando ancora un’associazione formale, una comunità compatta condivide valori, pratiche e una visione comune.
Messico: sperimentazione senza regole
Nella Bassa California e sugli altipiani di Querétaro, una nuova generazione di vignaioli sta portando avanti esperimenti liberi da ogni schema ufficiale. La loro filosofia è semplice: fare il vino come si cucina in casa, con le mani e con il cuore. Così il Messico dà vita al proprio movimento del vino naturale.
🌏 Il resto del mondo in movimento
Giappone: A Tokyo, Osaka e Kyoto, i locali con naturali sono diventati luoghi di educazione dove il vino dialoga con il sakè tradizionale. Alcuni produttori giapponesi lavorano senza solfiti, creando connessioni tra fermentazioni vive.
Australia: Nelle Adelaide Hills, nella Yarra Valley e nella Mornington Peninsula, collettivi “low intervention” reinventano il vino con una rilassatezza molto australiana: meno dogmi, più piacere.
Sudafrica: Il movimento dello Swartland integra sempre più pratiche naturali, sostenuto da vignaioli come Adi Badenhorst o Craig Hawkins, che rifiutano la vinificazione industriale.
Stati Uniti: In California, Oregon e New York, i vignerons abbandonano le ricette per ritrovare il gusto del rischio e dell’autenticità. Il marchio “USDA Organic”, il più esigente negli USA, è uno standard agricolo e di trasformazione che vieta l’aggiunta di solfiti, ma consente ancora l’uso di alcuni additivi e ausili tecnologici (enzimi, lieviti, bentonite, ecc.).
Il naturale autentico, tra tradizione e futuro
Ciò che unisce questi vignaioli, dal Beaujolais alla Georgia, dall’Italia al Cile, non è né una moda né un’unica definizione. È un filo invisibile che attraversa le generazioni: il sapere contadino che rispetta la vita in tutte le sue forme. È la prova che un’altra via è possibile, più giusta ed ecologica.
Fare vino naturale significa rifiutare l’industrializzazione di un prodotto d’emozione. È anche una ricerca continua: quella del gusto autentico, che rispetta il frutto, la terra e il vivente. È ricordare che prima degli anni ’50 tutti i vignaioli del mondo facevano fermentare l’uva con i lieviti naturalmente presenti sulle bucce e in cantina ed erano loro a fare tutto il lavoro, a creare l’identità di un vino, di un terroir, di una denominazione. Non servono decine di additivi per “correggere” il vino quando la vite è sana, i suoli sono vivi e fertili e le pratiche di cantina sono padroneggiate.
Il vino naturale non è una novità: è un atto di resistenza contro la follia industriale. È un ritorno al gusto del lavoro ben fatto, all’artigianalità, all’essenza stessa del fare vino.
Ma allora, perché è così difficile riunire questo movimento sotto un’unica bandiera?
Un movimento globale, mille voci: una sola memoria.
Il vino naturale non si lascia rinchiudere in una definizione. Ogni paese, ogni vignaiolo, ogni clima trova il proprio modo di interpretare la libertà. Tutti, però, attingono alla stessa sorgente: il sapere antico, precedente all’era petrolchimica.
Da questo patrimonio condiviso nasce un contributo prezioso alla conoscenza moderna della microbiologia e delle pratiche virtuose: riconoscere i lieviti buoni e i batteri nocivi, saper gestire le temperature e le maturazioni, concedere al vino il tempo di compiere il suo lavoro.
Significa prendersi cura della vite attraverso la vita stessa, senza soffocarla con pesticidi che agiscono come veleni. Significa liberarsi dell’arsenale chimico per far risplendere gli aromi autentici.
Marchi e associazioni, francesi, italiani, spagnoli o cileni, non sono che dialetti di una stessa lingua. Esprimono, con accenti diversi, un messaggio comune: che il vino migliore nasce senza chimica, dai lieviti aromatici; e che la terra non deve essere avvelenata per darci uva.
Marchio o certificazione: non sono la stessa cosa
Una certificazione attesta che un prodotto rispetta determinati criteri, verificati mediante audit indipendenti condotti da organismi come Ecocert.
Un marchio, invece, rappresenta un’appartenenza: una carta comune condivisa da un collettivo o da un’associazione. Può prevedere controlli, come nel caso di Vin Méthode Nature, ma si fonda soprattutto su un impegno volontario e su una visione condivisa.
Quale certificazione per il “naturale”?
Serve davvero un’etichetta unica per il vino naturale? Il dibattito divide profondamente il movimento.
Per VinNatur, la trasparenza passa attraverso controlli e analisi oggettive.
La PVN, invece, ritiene che ogni certificazione tradisca lo spirito di libertà del vino naturale, riducendo una filosofia a uno strumento di marketing.
In Georgia, la discussione non esiste nemmeno: per i vignaioli locali, è semplicemente vino, come lo è sempre stato.
La questione del marchio: necessario o impossibile?
Marchi, carte e associazioni rappresentano tentativi di rendere il vino naturale più leggibile e credibile per il grande pubblico. Un’etichetta può rassicurare il consumatore e offrirgli un punto di riferimento in un mondo in cui l’autenticità è spesso sfruttata.
Ma di fronte a un movimento in continua evoluzione, la domanda resta: è davvero possibile, o auspicabile, imporre uno standard unico a pratiche che cambiano con il clima, il terroir e l'annata?
Fare vino naturale a Penedès o in Georgia non è la stessa cosa che in Alsazia, in Loira o in Piemonte. Le sfide climatiche, l’umidità, la maturità dell’uva, i lieviti indigeni: tutto cambia. I vignaioli naturali imparano ogni giorno a comporre con queste variabili e ad affinare la loro comprensione del vivente. Come fissare, in un codice di regole, ciò che è, per essenza, empirico e mutevole?
Se tutti i vini naturali dovessero assomigliarsi, seguire la stessa ricetta e rispettare le stesse soglie ovunque nel mondo, avremmo mancato l’essenziale: la diversità è il cuore del vivente.
Il futuro è nel passato
Il vino naturale continuerà a evolversi in modo libero e disordinato, con approcci diversi a seconda dei continenti. Ed è giusto così.
È prima di tutto un dialogo tra produttori, distributori e appassionati. Una comunità viva, che cresce e si riconosce!
I marchi continueranno a nascere, a consolidarsi e a discutere dei propri criteri. Ma, in realtà, l’essenziale si gioca altrove: nelle vigne, quando un vignaiolo sceglie di fidarsi della forza della natura, sostenuto dalla comunità lungo il cammino; in cantina, quando la magia dei lieviti prende vita; nel bicchiere, quando un consumatore scopre un vino capace di emozionare senza inganni né artifici.
Il vino naturale non conosce frontiere.
Ha una sola bussola: la memoria del gesto giusto, quello che rispetto, la vite, la terra e tutto ciò che vive.
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