Agosto 06, 2026 - 0 Commenti
Produrre vino senza trattamenti: la scommessa sui PIWI di Servaas Blockeel
Sotto i filari di Otegem, nelle Fiandre Occidentali, prospera un universo invisibile. Funghi, batteri e radici intrecciate danno vita a una complessa rete sotterranea, che mette la vite in relazione con l’intero ecosistema che la circonda.
È proprio questo delicato equilibrio che Servaas Blockeel, fondatore dell’azienda Wijngaard Lijsternest, ha scelto di tutelare. Una scelta che lo ha portato a ripensare in profondità, a partire dalle radici, il proprio approccio alla viticoltura.
«Tutti questi funghi vivono nel terreno, a stretto contatto con le radici delle piante, degli alberi e di ogni altra forma di vita», spiega. «Volevo preservare questo ecosistema.»
Un principio che, nella sua visione, comporta l’esclusione fin dall’inizio di uno dei trattamenti ancora più diffusi nei vigneti: la poltiglia bordolese.

Che cos’è la poltiglia bordolese?
La poltiglia bordolese è un fungicida a base di solfato di rame e calce, utilizzato dalla fine del XIX secolo per contrastare la peronospora. Autorizzata in agricoltura biologica entro determinati limiti, è ancora ampiamente utilizzata in Europa. Il suo principale svantaggio è legato all’accumulo di rame nel terreno nel corso degli anni, con possibili effetti negativi sulla vita microbica che Blockeel si impegna a preservare.
Senza questo trattamento, un vignaiolo ha due possibilità: cambiare le proprie pratiche oppure cambiare la genetica delle viti. Utilizzando soltanto la Vitis vinifera, Blockeel sapeva cosa aspettarsi: una buona annata ogni cinque anni e perdite negli anni restanti. «Se non cambiamo la genetica, partiamo già sconfitti», riassume. Aveva bisogno di un DNA diverso.
I vitigni PIWI: una nuova genetica per la vite
Il termine PIWI deriva dal tedesco pilzwiderstandsfähig, letteralmente «resistente ai funghi». I vitigni PIWI sono ibridi interspecifici ottenuti dall’incrocio tra Vitis vinifera e altre specie di vite, in particolare di origine americana e asiatica.
Selezionati a partire dalla metà del XX secolo in Germania, Svizzera, Austria e Italia, questi vitigni possiedono una naturale resistenza genetica alla peronospora e all’oidio, le due principali malattie fungine che colpiscono la vite. Questa caratteristica consente di ridurre in modo significativo, e in alcuni casi di eliminare, il ricorso ai trattamenti fitosanitari.
Blockeel ha incontrato i vignaioli che, nei quattro Paesi, hanno scelto di coltivare e valorizzare queste varietà. Nel corso delle degustazioni è emerso spesso un tratto comune: una lieve nota vegetale, caratteristica di molti vitigni PIWI quando vengono vinificati in purezza.

L’assemblaggio come risposta: un calderone di vitigni
La sua risposta è stata quella di assemblarli. Vendemmia deliberatamente insieme da quattro a otto vitigni diversi, che fermentano tutti insieme. «Si crea una sorta di calderone ribollente, un melting potin cui i singoli elementi non sono più riconoscibili, ma in cui tutto è presente», racconta. La nota verde si attenua, mentre la complessità si amplia e acquista profondità.

L’azienda Wijngaard Lijsternest, a Otegem
Questa filosofia permea ogni aspetto del lavoro in azienda. Tra il 2013 e il 2018, Blockeel ha impiantato quattro ettari di nuovi vigneti, coltivati con varietà quali Solaris, Sauvignac e Cabaret Noir, distribuiti su tre diversi appezzamenti nella zona di Otegem. Oggi la tenuta produce tre vini rossi, un bianco e un rosato.
Il terreno non viene mai lavorato: viene lasciato alla dinamica naturale degli organismi viventi che ne costruiscono la struttura, ne mantengono la fertilità e ne favoriscono l’equilibrio. Non si ricorre né a fungicidi né a preparati vegetali, poiché la gestione del vigneto si basa sull’autoregolazione dell’ecosistema, dove patogeni e organismi antagonisti convivono in equilibrio.
Un piccolo trattore, che nell’arco di un’intera stagione consuma meno di 80 litri di carburante sui quattro ettari coltivati, viene impiegato esclusivamente per il passaggio del rolofaca — un rullo agricolo dotato di lame trasversali che alletta le colture di copertura — e per le operazioni di impianto. Tutte le altre lavorazioni vengono eseguite manualmente.
Non viene praticata alcuna potatura verde: i tralci vengono semplicemente accompagnati e avvolti attorno ai fili di sostegno, così da favorire una maturazione equilibrata e armoniosa. La qualità dei tannini rappresenta infatti una delle caratteristiche distintive dei vini dell’azienda. La vendemmia viene effettuata solo quando i vinaccioli hanno raggiunto la piena maturazione e sono pronti a essere masticati, segnale di un’evoluzione fenolica compiuta.
In cantina la vinificazione segue lo stesso approccio essenziale e rispettoso del vigneto: tutti i vini vengono fermentati e affinati in vasche di polietilene ad alta densità (HDPE), senza alcun utilizzo del legno in nessuna fase del processo.

Servaas Blockeel, una delle voci del vino naturale belga
Servaas Blockeel è oggi riconosciuto come una delle figure più attive e autorevoli del movimento del vino naturale in Belgio. Attraverso i suoi scritti, affronta con approccio rigoroso e spirito critico le conseguenze dell’agricoltura intensiva, promuovendo al contempo l’utilizzo di vitigni interspecifici, che considera meglio adattati alle sfide poste dal cambiamento climatico e dalle pressioni fitosanitarie.
Insieme ad altri vignaioli accomunati dalla stessa visione, ha dato vita a BWA (Belgian Wine Alternative), un’associazione senza scopo di lucro nata per favorire il confronto, la condivisione e la trasmissione delle conoscenze tra produttori.
Tutti i suoi vini nascono da complantazioni, ovvero vigneti in cui diverse varietà sono piantate, coltivate, raccolte e vinificate insieme. Il risultato sono cuvée uniche, capaci di esprimere un’identità distintiva e di conquistare appassionati tanto in Belgio quanto oltre i suoi confini.
