Giugno 12, 2026 - 0 Commenti
Montesecondo: due terroir, un solo vitigno, due espressioni profondamente diverse.
Ci sono vignaioli che raccontano i loro vini. Silvio Messana, invece, racconta i suoi suoli.
A Montesecondo, sulle colline di San Casciano Val di Pesa, nel nord-ovest del Chianti Classico, lavora due vigne che sembrano appartenere a mondi diversi. Una si trova a 500 metri di altitudine, su marne ben drenate; l’altra, più in basso, a 150 metri, su un mix di argilla, sabbia e ciottoli. Stessa azienda, stesso vitigno, stessa mano, ma due terre profondamente differenti.
È proprio questa esperienza, racconta, che gli ha insegnato la lezione più importante.
La lezione arriva dalla vigna
Il protagonista è lo stesso vitigno in entrambi i contesti: il Sangiovese, simbolo della Toscana, capace di esprimersi al massimo oppure di risultare meno riuscito a seconda del territorio in cui cresce. Ed è proprio questo aspetto che Silvio intendeva approfondire.
«Lavorare con le stesse uve in due contesti molto diversi, su suoli differenti, è stata una lezione fondamentale. Mi ha fatto capire quanto il terreno possa incidere profondamente sul carattere del vino.»
Il vigneto di 12 ettari a circa 150 metri di altitudine, caratterizzato da argille, sabbie e ciottoli, dà origine a vini ricchi di frutto, morbidi, succosi e generosi. Il vigneto di 6 ettari a 500 metri, su marne ben drenate, produce invece vini più tesi, verticali e complessi.
Stesso vignaiolo, stessa filosofia, stesso vitigno: eppure due espressioni completamente diverse.
«Non è una questione di meglio o peggio. È semplicemente diverso. Ed è proprio questo il bello.»
Una riflessione che riassume con precisione il significato più autentico di terroir: non una scala di valore, ma una pluralità di espressioni. La dimostrazione che la vite, quando è ascoltata, sa tradurre con fedeltà la voce della terra.

Una viticoltura a basso intervento
Montesecondo è un'azienda certificata biologica dal 2004 e segue i principi della biodinamica. Le uve vengono raccolte a mano. Le fermentazioni avvengono esclusivamente grazie a lieviti indigeni presenti naturalmente sugli acini. I solfiti, quando vengono utilizzati, sono impiegati in quantità molto ridotte e soltanto all’imbottigliamento.
Non si tratta semplicemente di un elenco di pratiche virtuose. È una filosofia coerente: intervenire il meno possibile affinché il suolo possa esprimersi. Tutto ciò che Silvio fa in vigna e in cantina segue lo stesso principio: non coprire ciò che la terra ha da raccontare.

Il Sangiovese come rivelatore
Ciò che colpisce nell’approccio di Silvio è la scelta del vitigno. Il Sangiovese è infatti noto per la sua forte sensibilità al terroir: più di molte altre varietà, riesce a mettere in evidenza le differenze di suolo, altitudine ed esposizione. È un vitigno esigente, a tratti difficile da gestire, ma capace di offrire una trasparenza espressiva straordinaria quando trova le condizioni ideali.
« Ho constatato che il Sangiovese è particolarmente sensibile nell’adattarsi e nel trasmettere nel vino la qualità del suolo. »
Proprio per questo si rivela così prezioso nell’esperienza delle due vigne: non maschera, non media, ma amplifica e restituisce ogni sfumatura. Ed era questo l'obiettivo di Silvio, fin dall’inizio.
Montesecondo è proprio questo: una realtà che avrebbe potuto puntare all’uniformità stilistica, costruendo un’identità coerente e prevedibile. Silvio, invece, ha scelto la direzione opposta: valorizzare le differenze, approfondirle e metterle in bottiglia. Due terroir, un unico vitigno e la convinzione che sia proprio quella differenza ad esprimere la parte più interessante del vino.
