Luglio 07, 2026 - 0 Commenti
L'intreccio dei tralci di vite: un lavoro duro, una stagione di libertà.
In Portogallo, nel Dão, un vignaiolo francese si prende il tempo di fare ciò che quasi nessuno fa più. Fila dopo fila, intreccia i tralci a mano. È un lavoro lungo, è fisico, ed è forse uno dei gesti viticoli più sottovalutati che ci siano.
Cosa significa intrecciare i tralci
Intrecciare non significa legare. E non significa nemmeno cimare. Cimare vuol dire tagliare le estremità dei tralci, cioè i fusti verdi dell’anno, che portano foglie e grappoli, quando superano la chioma: il gesto, che alcuni vignaiolo scelgono di fare con il trattore, rapido e ripetuto per tutta l’estate. Intrecciare è un’altra cosa: avvolgere questi tralci gli uni attorno agli altri, sfruttando i loro viticci, quelle piccole strutture a spirale che la vite produce naturalmente per aggrapparsi al proprio sostegno. Una volta intrecciati, i tralci si sostengono a vicenda. La vite acquista stabilità senza bisogno di essere tagliata. Gli apici, cioè le estremità dei tralci in crescita, salgono più in alto. La vite espone più foglie al sole.
Il risultato è immediatamente visibile: filari più dritti, più ariosi, più luminosi.

Cosa permette di evitare
Quello che si vede meno è ciò che l'intreccio dei tralci evita. Quando la vegetazione è ben tenuta in altezza, le femminelle si sviluppano meno. Le femminelle sono i germogli secondari che partono dall’ascella delle foglie: una vegetazione parassita che ingombra la vite, blocca l’aria e fa concorrenza ai grappoli. Meno ce ne sono, meglio l’aria circola intorno all’uva. La peronospora e la botrite, due funghi responsabili del marciume e temuti da ogni vignaiolo biologico, trovano meno presa.
In viticoltura biologica, limitarne lo sviluppo a monte è meglio che intervenire dopo. E poiché rame e zolfo, gli unici fungicidi autorizzati in biologico, devono raggiungere fisicamente il grappolo per essere efficaci, una vegetazione aperta e ben aerata significa anche un trattamento che non si perde per strada.
Perché quasi nessuno lo fa
Charlotte Hugel e Paul Chevreux, che vivono nel Dão dal 2019, lo dicono senza giri di parole: intrecciare è probabilmente il lavoro più faticoso e più lungo dell’anno.
Le mani sempre alzate, su interi filari, senza rompere i tralci. Tutto questo cercando di non danneggiare ciò che si sta costruendo. E il sistema di allevamento, cioè la struttura di fili e pali che sostiene la vite, deve anche essere abbastanza solido: una volta intrecciata, la vegetazione diventa molto pesante, e una struttura fragile non reggerà il peso.
La cimatura e la rifilatura, invece, si possono fare con il trattore. In fretta. In modo efficace. È per questo che quasi tutti sono passati a queste pratiche. Ed è per questo che l'intreccio dei tralci è quasi scomparsa.
Ma una volta fatto, il quadro cambia.
La cimatura richiede un intervento dopo l’altro: un primo passaggio, poi un secondo, poi un terzo, fino ad arrivare ad agosto. La vite continua a ricrescere, si torna sul filare e si interviene nuovamente.
L'intreccio dei tralci, invece, rappresenta un investimento concentrato in un unico momento. Se eseguita correttamente, permette di ridurre in modo significativo gli interventi manuali necessari durante il resto della stagione.
C’è però una condizione fondamentale: la scacchiatura deve essere stata eseguita con cura in precedenza. La scacchiatura è il lavoro tipico della primavera: consiste nell’eliminare manualmente una parte dei giovani germogli, così da guidare la crescita della vite ed evitare che si sviluppi in modo disordinato.
Non avrebbe senso intrecciare una vite lasciata crescere senza controllo. L'intreccio dei tralci e la scacchiatura sono quindi due operazioni complementari: una prepara la pianta, l’altra ne accompagna lo sviluppo.
Cosa cambia nel bicchiere
L’impatto non si ferma alla vigna: arriva fino alla vendemmia e si riflette direttamente nel vino.
Con una maggiore esposizione fogliare e foglie più mature, la maturità tecnica, cioè l’accumulo di zuccheri negli acini, viene leggermente rallentata. La maturità fenolica, invece, prosegue il suo percorso. Quest'ultima è la maturità legata ai tannini e agli aromi: il momento in cui l’uva non è più soltanto ricca di zucchero, ma raggiunge complessità, equilibrio e profondità.
In termini pratici, questo permette di attendere più a lungo prima della raccolta, senza il rischio di ottenere uve eccessivamente zuccherine o prive di struttura. L’uva può così completare la propria maturazione mantenendo freschezza, energia e precisione aromatica.
Da Charlotte e Paul, la vendemmia avviene generalmente tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, con uve che raggiungono circa il 13% di alcol potenziale. Ne nascono vini maturi e aromatici, capaci di conservare tensione e slancio: esattamente lo stile che ricercano.
In un contesto di cambiamento climatico, questa pratica rappresenta anche una risposta concreta: non subire maturazioni sempre più rapide e squilibrate, ma accompagnarle e governarle. L'intreccio dei tralci non è un ritorno nostalgico al passato. È uno strumento di adattamento, un modo per continuare a produrre vini armoniosi in un clima che cambia.
Charlotte Hugel & Paul Chevreux — Vizinho Vinhateiro
Charlotte è originaria dell’Alsazia, Paul della Franca Contea. Dopo diversi anni trascorsi alla ricerca del luogo giusto, Charlotte Hugel e Paul Chevreux hanno scelto di stabilirsi nel Dão, dove hanno iniziato il loro progetto vitivinicolo. Le prime bottiglie firmate Vizinho Vinhateiro sono uscite con l’annata 2021.
Oggi coltivano due ettari e mezzo in affitto e acquistano una quantità equivalente di uve da tre viticoltori della zona, mantenendo per il momento un equilibrio del 50% tra produzione propria e uve acquistate.
La vigna è gestita secondo i principi dell’agricoltura biologica, con l’utilizzo esclusivo di rame e zolfo, anche se al momento non è certificata. Charlotte e Paul preparano inoltre alcuni trattamenti naturali autoprodotti: tisane di camomilla, estratti fermentati di ortica, utili in particolare per aiutare le piante a superare i periodi di siccità, e siero di latte impiegato come prevenzione contro l’oidio. Il terreno non viene più lavorato e durante l’inverno sono le loro giumente, Bonita e Kata, a occuparsi del controllo dell’erba nei vigneti.
In cantina il lavoro segue un approccio semplice e rispettoso della materia prima. I vini bianchi fermentano in botti usate dopo una pressatura verticale. I claretes, espressione tradizionale del Dão a metà strada tra un rosso leggero e un rosato, vengono sottoposti a una breve macerazione: le uve vengono pigiate con i piedi e lasciate nelle antiche vasche di granito per circa settantadue ore, prima di proseguire la fermentazione in legno. I vini rossi seguono invece un percorso più classico, con affinamento in botte dopo la fermentazione alcolica.
L’utilizzo dello zolfo è misurato e varia in funzione dell’annata; non vengono aggiunti altri prodotti o correttivi.
Il patrimonio ampelografico del Dão si ritrova pienamente nei loro vigneti: Clarete, Baga, Pinot grigio, Arinto, Arinto Roxo, Bical, Fernão Pires, Tinta Roriz, Tinta Carvalho, Touriga Nacional, Jaen e Alfrocheiro. La maggior parte sono varietà autoctone portoghesi coltivate insieme nella stessa parcella, secondo la tradizione del field blend, dove la complessità del vino nasce direttamente dalla diversità del vigneto.

