Febbraio 05, 2026 - 1 Commenti
La poltiglia bordolese sotto pressione: come i vignaioli naturali cercano di farne a meno
Da oltre 140 anni, la poltiglia bordolese protegge i vigneti francesi dalla peronospora. Quest’estate, l’ANSES, l' agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria francese, ha drasticamente limitato l’accesso ai prodotti a base di rame. Per i vignaioli biologici e naturali è un’ulteriore stretta. Ma è anche la conferma di una battaglia che portano avanti da anni: liberarsi di un prodotto che oggi protegge le vigne avvelenando però i suoli di domani.
Perché il rame è un problema
Il rame è un po’ il paradosso della viticoltura biologica. Indispensabile per combattere la peronospora, questo fungo devastante capace di distruggere un raccolto in pochi giorni, è allo stesso tempo un veleno lento per i suoli.
Il rame non si degrada: ogni trattamento aggiunge un sottile strato che si accumula nel suolo o nei sedimenti di fossi e corsi d’acqua. Oltre una certa soglia, altera la microfauna e la macrofauna del suolo (lombrichi, collemboli, funghi micorrizici), che costituiscono la vera ricchezza di un terroir vivo. Nei vecchi vigneti fortemente trattati con rame si osserva una crescita più debole delle viti, radici poco profonde e carenze nutrizionali (foglie che ingialliscono, segno che la pianta manca di alcuni elementi). Per gli organismi acquatici, la tossicità è ancora più elevata.
È per questo che l’Europa ha inasprito le regole: dal 2019 il limite è fissato a 4 kg di rame per ettaro all’anno in media su 7 anni. In biodinamica, il disciplinare Demeter è ancora più restrittivo: 3 kg/ha/anno in media su 5 anni. Molti vignaioli naturali sono già ben al di sotto di questi limiti, per scelta e convinzione.
Il problema è che negli anni di forte pressione di peronospora (piogge calde, temporali ripetuti), questi tetti sono difficili da rispettare, soprattutto nelle regioni più umide. Un paradosso, se si considera che alcune molecole di sintesi restano autorizzate in viticoltura convenzionale.

L’estate in cui le regole si sono irrigidite
Il 15 luglio 2025, l’ANSES ha emesso il suo verdetto su 34 prodotti a base di rame destinati alla vite, tra cui marchi commerciali come Bouillie Bordelaise RSR, Nordox, Kocide, Champ Flo Ampli, Héliocuivre, ecc. Il bilancio è severo: 17 prodotti vengono ritirati dal mercato, 8 perdono l’autorizzazione per l’uso in viticoltura e quelli che restano ammessi vedono le condizioni d’impiego notevolmente inasprite.
Alla fine, restano autorizzati circa 9 prodotti a base di rame per l’uso in viticoltura biologica, tra cui Bouillie Bordelaise RSR Disperss, Nordox Vitis, Cuproxat SC, Champ Flo Ampli e Héliocuivre. Ma con dosi ridotte, fasce di rispetto non trattate (ZNT) ampliate lungo i corsi d’acqua e, in alcuni casi, limitazioni sul numero di applicazioni.
I prodotti ritirati potranno essere acquistati fino al 15 gennaio 2026 e utilizzati fino al 15 gennaio 2027. Successivamente, scompariranno definitivamente. Inoltre, 15 prodotti che rappresentano circa la metà dei volumi di rame utilizzati in Francia sono in attesa di valutazione in Italia, con decisioni rinviate al 2029.
I nuovi vincoli che mettono in difficoltà i vignaioli
Prendiamo due esempi di prodotti ri-autorizzati con le nuove condizioni:
Champ Flo Ampli: la dose massima passa da 2 litri a 1,3 litri per ettaro; la fascia non trattata lungo i corsi d’acqua aumenta da 5 a 20 metri; il numero di applicazioni consentite scende da 12 a sole 3 all’anno. Viene inoltre aggiunta la dicitura Spe1, che impedisce di “spalmare” l’uso del rame su più annate.
Héliocuivre: fascia non trattata di 50 metri attorno ai corsi d’acqua, distanza di 10 metri dalle abitazioni, intervallo minimo di 7 giorni tra due trattamenti. Fino a 10 applicazioni annue consentite a 1 L/ha (400 g di rame).
Queste zone non trattate (ZNT) da 20 a 50 metri rappresentano un vero problema in molti vigneti (valli della Loira, del Rodano, della Garonna), dove le parcelle costeggiano ruscelli, fossi di drenaggio o piccoli affluenti. Per alcuni vignaioli, le nuove regole rendono impossibile trattare intere parcelle, soprattutto le più piccole.
L’altro vincolo critico è l’intervallo minimo di 7 giorni tra due trattamenti per alcuni prodotti. In pratica, durante episodi temporaleschi ripetuti in piena fase di crescita, può essere necessario trattare ogni 3 giorni per contenere la peronospora. Attendere una settimana dopo un violento temporale significa rischiare di perdere il raccolto.
«Ci stringete il cappio senza offrirci alternative»
La reazione del settore biologico non si è fatta attendere. FNAB (la federazione nazionale francese dell'agricoltura biologica) e CNAOC (la confederazione nazionale di produttori di vini con appellazione) parlano di incomprensione e forte preoccupazione. In viticoltura biologica, il rame resta la principale sostanza attiva fungicida autorizzata. Non esiste nulla di altrettanto efficace contro la peronospora nei disciplinari attuali.
La stessa ANSES riconosce che i vigneti biologici sarebbero particolarmente colpiti da un’eventuale eliminazione del rame, con perdite di resa significative in alcune regioni. Eppure, le restrizioni continuano a irrigidirsi anno dopo anno.
I vignaioli sottolineano anche un’incoerenza: mentre il rame, utilizzato da 140 anni e di cui gli effetti sono ben noti, subisce restrizioni sempre più severe, molecole di sintesi come il Folpel, classificato CMR2 (cancerogeno, mutageno, sospetto reprotossico), restano autorizzate in viticoltura convenzionale.
I naturali: avanti su questo tema da tempo
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il clima di preoccupazione attuale, i vignaioli naturali non scoprono oggi il problema del rame. Da anni, molti di loro cercano di farne a meno, consapevoli della sua tossicità per i suoli e per la vita microbica che determina la qualità di un terroir.
Il rame è considerato un prodotto di ultima istanza, da utilizzare solo quando tutto il resto ha fallito. L’obiettivo non è trattare sistematicamente, ma creare le condizioni affinché la pianta si difenda da sola. Nel mondo del vino naturale, molti puntano a dosi molto basse (≤ 2 kg/ha/anno) e accettano talvolta perdite maggiori nelle annate catastrofiche. Alcuni sperimentano persino annate a rame zero, con risultati variabili a seconda della pressione della peronospora.

Un arsenale di alternative già in atto
Lungi dall’attendere nuove restrizioni, i vignaioli naturali moltiplicano le sperimentazioni per ridurre la dipendenza dal rame. Il loro approccio si basa su diversi pilastri complementari.
La prevenzione attraverso il lavoro in vigna. Invece di trattare sistematicamente, l’idea è rendere più difficile l’insediamento della peronospora. Questo passa attraverso potature e gestione della chioma che favoriscano la circolazione dell’aria tra i grappoli: più la vite è arieggiata, più asciuga rapidamente dopo la pioggia e meno il fungo può svilupparsi. Si limita anche la fertilizzazione per evitare una crescita eccessivamente vigorosa, con foglie tenere e fragili, più vulnerabili alle malattie. Alcuni lasciano crescere l’erba tra i filari per competere con la vite e rallentarne lo sviluppo.
Le varietà resistenti. I vitigni PIWI (dal tedesco Pilzwiderstandsfähig, resistenti ai funghi), ottenuti tramite incroci tradizionali, permettono una forte riduzione del bisogno di rame. Anche se non eliminano del tutto i trattamenti nelle annate estreme, aprono una strada promettente. Il principale ostacolo resta culturale e normativo: le denominazioni non autorizzano ancora questi vitigni e il mercato resta diffidente verso nomi sconosciuti.
Tisane ed estratti vegetali. L’equiseto, ricco di silice, rafforza le pareti cellulari delle piante. Ortica, salice e alghe esercitano un leggero effetto antifungino. Con una pressione bassa o moderata, queste preparazioni danno risultati interessanti, spesso in combinazione con microdosi di rame. Ma negli anni di peronospora severa non sono sufficienti da sole.
Gli oli essenziali: una pista esplorata. Origano, tea tree, chiodi di garofano, arancia dolce, rosmarino, timo: gli oli essenziali mostrano una reale efficacia in alcune sperimentazioni, soprattutto se associati a dosi molto basse di rame. I risultati sono incoraggianti, in particolare nei terroir secchi e ventilati dove la peronospora è meno aggressiva. Tuttavia, gli oli essenziali evaporano rapidamente, possono bruciare le foglie se mal dosati e sono costosi da produrre.
Gli stimolatori delle difese della pianta. Alcuni prodotti, come estratti di pareti cellulari di lieviti o di alghe, non uccidono direttamente il fungo ma attivano il sistema immunitario della vite, che produce così le proprie molecole di difesa. Spesso rappresentano un buon complemento a piccole dosi di rame, senza però poterlo sostituire completamente in condizioni di forte pressione.
Perché non possiamo ancora fare a meno del rame ovunque
Le sintesi tecniche degli istituti di ricerca (IFV, ITAB) sono chiare: l’idea di sostituire il rame è troppo semplicistica. In alcuni contesti si riesce a ridurre fortemente le dosi, ma non ancora a eliminarlo nella maggior parte delle situazioni viticole.
Le alternative funzionano bene con una pressione moderata, su terroir secchi e ventilati e con varietà naturalmente meno sensibili. Ma nelle annate disastrose (piogge calde e ripetute, temporali violenti in piena crescita), il rame resta il baluardo più efficace.
È tutta la frustrazione dei vignaioli naturali: da anni lavorano per creare le condizioni per farne a meno, ma quando il meteo si accanisce non hanno altra scelta che ricorrervi. Le restrizioni continuano a irrigidirsi senza che le alternative siano ancora abbastanza mature da sostituirlo in tutti i contesti.
Il dibattito attuale non oppone “pro-rame” e “anti-rame”. Mette piuttosto a confronto due temporalità: quella della protezione a lungo termine dei suoli e degli ambienti acquatici e quella della transizione verso metodi alternativi che richiedono tempo per essere affinati, testati e generalizzati.
I vignaioli naturali cercano di costruire questa transizione da anni, combinando agronomia fine, biodiversità, varietà adattate e nuovi prodotti di biocontrollo. Forse sarebbe il momento di accompagnarli in questo percorso, invece di imporre restrizioni senza offrire loro i mezzi e il tempo necessari per costruire soluzioni realmente sostenibili.
