Maggio 07, 2026 - 0 Commenti
Lascieresti il tuo lavoro per trasferirti in Italia a fare vino naturale?
Atavica lo ha fatto. Il sogno valeva il sacrificio?
C’è una fantasia che molti appassionati di vino custodiscono in silenzio. Di solito inizia sempre allo stesso modo: lasci la città, compri una piccola fattoria da qualche parte, pianti qualche vite e inizi a fare vino con gli amici. Le giornate si svolgono all’aperto, le sere intorno a lunghe tavolate. I vini sono sinceri, il cibo è semplice e il lavoro, anche se fisico, è profondamente appagante.
È un tipo di sogno che vive tra romanticismo e ribellione. Ma cosa succede quando qualcuno lo realizza davvero?
Per il gruppo di amici dietro Atavica, Massimiliano Galli, Luca D’Alfonso, Erin Skahan ed Evie Gavrilovich, il sogno non è nato come un grande progetto. È emerso quasi per caso, durante i mesi strani e sospesi della pandemia.
Il gruppo si è conosciuto a Dublino e l’idea di una vita diversa ha iniziato a prendere forma lentamente. Erin lo ricorda bene: “Lavoravamo tutti online, quindi all’improvviso potevamo vivere ovunque.” Poi aggiunge: “E in qualche modo è venuta fuori l’idea di andare in Italia.”
Quello che è seguito somigliava più a una catena di coincidenze che a un progetto imprenditoriale pianificato nei dettagli.

Come è nato il sogno
Prima della Toscana, c’era Dublino. Luca gestiva un ristorante che è diventato un punto di ritrovo per il gruppo, e il vino naturale faceva già parte delle loro vite, prima come bevitori, poi come appassionati.
Per lui, la scoperta è iniziata anni prima, quando ha notato qualcosa di strano nel vino convenzionale. “Dopo aver bevuto birra avevo delle terribili sbornie,” racconta. “Poi, dopo qualche anno a bere vino, mi sono accorto che anche il vino mi faceva stare malissimo.” Un importatore di passaggio gli suggerì di provare il vino naturale.
Capì subito che c’era qualcosa di diverso: “Amavo il gusto e la vitalità. La convivialità di stare insieme, bere, mangiare e parlare.” Una volta entrato in quel mondo, dice ridendo, è difficile tornare indietro: “Quando il vino naturale ti prende… sei fregato. Non riesci più a bere altro.”
Il vino naturale ha iniziato a influenzare il modo in cui viaggiavano, dove mangiavano e persino dove sceglievano di vivere. Evie cercava su Raisin i locali con naturali, pensando che una concentrazione di indirizzi significasse una comunità aperta. Così, quando è emersa l’idea di trasferirsi in Italia, non è sembrata poi così strana.

La cantina nata per caso
Il piano iniziale era semplice: trovare una casa in campagna, magari con qualche vite per sperimentare. Non volevano creare una cantina. “In realtà cercavamo solo una casa dove vivere,” dice Erin. “Forse qualche vite per fare vino per noi e divertirci.”
Invece si sono trovati davanti qualcosa di molto più grande: 17 ettari di terra nella Maremma, nel sud della Toscana. La fattoria si trova in un paesaggio selvaggio e aperto, dove boschi, uliveti e vigneti si estendono su colline che un tempo facevano parte del mondo etrusco. La proprietà comprendeva vigne, ulivi, bosco e terreni agricoli, ma anche tutta la realtà economica del lavoro agricolo.
“Avviare una fattoria è un buco nero,” dice Massimiliano senza mezzi termini. “Per i primi anni continui a buttarci soldi. Hai sempre bisogno di liquidità. Devi lavorare duro. Devi svegliarti presto e fare due lavori.” Ancora oggi, la maggior parte di loro mantiene altre attività per sostenere la fattoria.
“È molto romantico pensare di trasferirsi in campagna e fare vino,” aggiunge. “Ma è un lavoro duro, davvero impegnativo.”
La libertà, e il suo prezzo
Un elemento particolare della loro storia è che la fattoria è stata acquistata senza mutuo. Questa libertà influenza tutto. “Non abbiamo debiti,” spiega Massimiliano. “Siamo liberi dalle banche.”
Ma questa libertà è arrivata con un sacrificio personale. L’unico modo per pagare tutto senza indebitarsi, dice, è essere già ricchi oppure che la vita lo renda possibile. Per lui, è stato perdere sua madre. “Ho venduto un appartamento a Milano dopo la sua morte. Se mi chiedi oggi se preferirei la fattoria o riaverla, ovviamente sceglierei mia madre.”
Questo momento racconta bene la tensione al centro del sogno: la libertà spesso arriva attraverso circostanze complesse.

Imparare a fare vino come una volta
Quando sono arrivati in Toscana, il gruppo non sapeva davvero fare vino. Hanno imparato da contadini e vignaioli naturali, assorbendo conoscenze attraverso l’esperienza più che dai libri.
Una delle loro prime influenze è stato un contadino locale che faceva il vino esattamente come suo padre. “Nessun controllo di laboratorio. Nessuna macchina moderna. Solo la degustazione,” ricorda Luca. Il processo era semplice: pigiare l’uva, lasciarla fermentare naturalmente e pressarla a fine fermentazione. “Quando non sapeva più di aceto, dicevano: ok, ora possiamo pressare.”
Più tardi, un amico vignaiolo naturale australiano li ha guidati nelle prime vendemmie. La sua filosofia era ancora più semplice: “Pigi l’uva, la metti in un contenitore e la muovi due volte al giorno. Tutto il resto dipende dal lavoro che hai fatto in vigna.”
Gli amici hanno capito rapidamente che un buon vino inizia molto prima della cantina. “L’uva e il suolo sono una cosa sola,” osserva Luca. “Se tratti bene la vigna, il vino risponde.”
Vino naturale, con trasparenza
Oggi i vini di Atavica seguono una filosofia chiara: intervento minimo, fermentazioni spontanee e totale trasparenza. La maggior parte fermenta naturalmente senza additivi, filtrazioni o manipolazioni. Alcuni ricevono una piccolissima aggiunta di solforosa, meno di 20 mg/L, comunicata apertamente.
“Vogliamo essere trasparenti,” dice Evie. “È un processo di apprendimento.”
Questa apertura si estende alla loro visione del vino naturale. “Non esiste una sola definizione. L’unico modo per costruire fiducia è essere onesti su ciò che fai.” Alcuni amano i loro vini, altri no. “Va bene così,” aggiunge. “Facciamo vini che ci piace bere,” dice Luca.

Quando un errore diventa il tuo vino preferito
Uno dei loro vini preferiti è nato da quello che molti produttori considererebbero un fallimento. In Toscana, il Sangiovese viene solitamente raccolto per produrre rossi strutturati come il Brunello. Ma una parcella ha smesso di maturare presto, raggiungendo solo l’11,5% di alcol potenziale, ben al di sotto degli standard locali.
“La maggior parte delle persone avrebbe buttato via quell’uva,” dice Massimiliano. Loro invece l’hanno vinificata. Il risultato è un rosso leggero, luminoso, ricco di note di fragola, con pochi tannini e facilissimo da bere. “È come il vino che bevevano i nostri nonni. Molto leggero. Lo puoi bere come acqua.” Luca aggiunge: “Lo puoi bere al posto di una birra in spiaggia.”
Il sogno e la realtà
Per chi sogna di lasciare tutto per fare vino in Italia, i fondatori di Atavica offrono incoraggiamento, ma anche realismo. Prima di tutto: capire il lavoro. “Non è solo un sogno romantico. Servono soldi, pazienza e tanto lavoro,” avverte Massimiliano.
Poi: essere aperti. In campagna, la comunità è fondamentale. “Le nostre porte sono sempre aperte. Le persone arrivano, assaggiano il vino, a volte restano a cena, a volte per due giorni,” racconta Evie.
E infine: buttarsi completamente. “Io mi butto sempre al cento per cento nelle cose,” aggiunge Luca. “Quando lo fai, le cose si allineano.”
Il sogno può essere romantico, ma la realtà, stivali nel fango, lunghe giornate di vendemmia, annate incerte, è tutt’altro. Eppure, seduti attorno a un tavolo nella campagna toscana, con una bottiglia del loro vino naturale, i fondatori di Atavica sembrano sapere qualcosa che molti sognatori intuiscono, ma raramente mettono alla prova. A volte, il sogno vale il caos che porta con sé.

